Oggi ho il piacere di intervistare l’amico , Attore, Regista, Scrittore, Sceneggiatore, Critico e Produttore Emergente, Al Fenderico, che ho Insignito del “Premio Vincenzo Crocitti International -Vince Award in occasione della IX Edizione 2020.

Intervista:

FRANCESCO FIUMARELLA: Sei autore, filmmaker, attore, sceneggiatore, produttore creativo, content creator e critico: come convivono tutte queste identità nel tuo lavoro quotidiano?

AL FENDERICO: Per prima cosa vorrei ringraziarti di cuore per questa bella conversazione. Rispondendo alla domanda, quando iniziai come attore diciassette anni fa in teatro, non pensavo che poi mi sarei incuriosito e appassionato ad altri ruoli nel settore. Tuttavia, ho sempre riconosciuto in me un senso di intraprendenza che mi ha reso indipendente, ad esempio nell’auto produrre progetti da solo o insieme ad altri colleghi conosciuti durante il percorso di studi o nelle esperienze lavorative.Nel quotidiano vivo tutto questo con curiosità, perché la mia voglia di imparare e crescere attraversa questi diversi ambiti insieme al desiderio di esprimere emozioni, indipendentemente dal ruolo che ricopro. Credo che si tratti soprattutto di una forma di espressione attraverso medium differenti; ho sempre avuto l’impressione che l’arte e la propria voce si “uccidano” solo quando non vengono espresse. Il lavoro da critico con The Hidden Review, grazie alla formazione, mi permette inoltre di essere più oggettivo nei confronti delle opere e dei prodotti che analizzo per lavoro con i partner, offrendomi l’opportunità di imparare, osservare espressioni diverse e comprendere come si evolve il settore che tanto amo.

FRANCESCO FIUMARELLA: C’è una disciplina che senti come “origine” del tuo percorso artistico o tutte hanno contribuito in modo paritario alla tua visione?

AL FENDERICO: Di sicuro, quando ho iniziato, era la recitazione al centro del mio percorso; col tempo, però, la scrittura ha preso il sopravvento, perché permette di poter avere un “terzo” occhio e un punto di vista ulteriore nello sperimentare nuovi modi di raccontare, così come la regia e la produzione, che rappresentano metodi espressivi diversi. Tutto questo contribuisce in modo significativo alla mia visione. Considera che da teenager, e questa cosa non ci pensavo da un pò, mi piaceva scrivere piccole poesie o brevi lettere, perché mi faceva stare bene esprimere qualcosa anche solo per me stesso. Con il tempo, crescendo, avevo accantonato questo aspetto e solo grazie al “bisogno” di avere qualcosa da raccontare e all’apprendimento di nuovi medium l’ho ripresa, adattandola a contesti diversi e maturando sempre di più, sia come artista sia, prima di tutto, come essere umano. Oggi il mio sguardo nasce dall’integrazione di tutte queste esperienze, perché nella sperimentazione il percorso si chiarisce progressivamente.

FRANCESCO FIUMARELLA: Quanto il contesto culturale di Napoli ha influenzato il tuo immaginario rispetto alle esperienze maturate a Montréal e Londra?

AL FENDERICO: “Napoli, è sempre Napoli” ed ispira chi la vive, dando sempre un senso di appartenenza, indipendentemente dalle difficoltà che la attraversano. È una città con una storia infinita che manifesta sempre arte, letteratura, cibo, sport, cultura.Tuttavia tutte le città in cui ho vissuto mi hanno dato moltissimo e ne sono profondamente grato soprattutto perché l’apertura mentale che nasce dal lasciare il proprio contesto familiare favorisce una forte crescita personale in maniera significativa. Ogni luogo e ogni persona incontrata portano con sé una storia piena di esperienze diverse che formano. Sta all’individuo saperne cogliere i frutti come i valori e principi che emergono lungo il percorso. Può sembrare banale, ma credo che ognuno abbia il proprio tempo per ogni cosa, il proprio orologio, e che sia necessario saper aspettare con resilienza.

FRANCESCO FIUMARELLA: Vivere e lavorare tra Paesi diversi ha cambiato il tuo modo di raccontare storie? In che modo?

AL FENDERICO: Assolutamente sì. Essendo molto curioso di imparare cose nuove, sperimentare, conoscere i miei limiti e superarli per migliorarmi costantemente, vivere e lavorare all’estero mi ha aiutato moltissimo, ampliando il mio bagaglio culturale e spirituale. Paradossalmente, osservare e vivere nuove realtà con lo sguardo di uno straniero ti permette di studiare e comprendere in modo più profondo: dettagli che, se vissuti con gli occhi di chi appartiene a quel  contesto, rischierebbero di passare inosservati emergono con maggiore chiarezza. C’è una frase di Charlie Chaplin, che mi ha sempre colpito <<La vita è una tragedia se vista in primo piano, ma è una commedia se vista in campo lungo>>. Ed è effettivamente così: a volte basta cambiare la prospettiva per cogliere i dettagli e comprendere il quadro nel suo insieme.

FRANCESCO FIUMARELLA: Essere bilingue italiano–inglese è solo uno strumento pratico o anche un modo diverso di pensare e creare?

AL FENDERICO: Vivo con l’inglese da quando ero teenager, ovvero da quando praticavo sport in contesti come il Football Americano, che mi ha permesso di utilizzarlo quotidianamente con coach americani. Successivamente ho avuto una professoressa d’inglese al liceo che mi ha ispirato molto e a cui sono profondamente grato e ho continuato ad alimentare questa passione guardando serie e film in inglese. Con il tempo ho scoperto di essere particolarmente ricettivo, soprattutto quando sono partito per l’estero: L’inglese è diventato progressivamente la mia lingua “principale”. Ancora oggi, senza esagerare, mi capita di ragionare e pensare in inglese; a volte, pur essendo italiano, ho difficoltà a richiamare alcune parole e finisco per mescolarle. Anche nella scrittura, spesso parto dall’inglese perché noto una maggiore fluidità nel pensiero, per poi tradurre in italiano. Quando si vive all’estero, il cervello si abitua naturalmente a ragionare nella lingua del luogo e si rischia di trascurare la propria, ma è soprattutto una questione di pratica. Per questo sto rileggendo molto in italiano per mantenerlo allenato, così come continuo a farlo in inglese. Tutto questo mi aiuta a migliorarmi e ad avere prospettive diverse su cui fondare il mio pensiero creativo e critico, permettendomi di osservare la realtà da più punti di vista.

FRANCESCO FIUMARELLA: Da critico di cinema e teatro: quanto l’analisi delle opere altrui influisce sulla tua scrittura e sulla tua regia?

AL FENDERICO: Moltissimo. Mi aiuta ad imparare e a studiare chi ha più esperienza di me, a scoprire nuove idee in ambito stilistico, nell’uso delle inquadrature, degli strumenti di ripresa, dei costumi e del set design. Lo stesso vale per il teatro, dove osservo con attenzione i movimenti, le luci, l’uso della voce e del corpo. Essendo molto curioso, seguo spesso le interviste dei colleghi e i behind the scenes dei progetti di tutti i progetti che guardo perché mi permettono di comprendere più a fondo il percorso che porta ad un’idea e il modo in cui viene strutturata. Inoltre, mi emoziona molto vedere persone talentuose e intelligenti condividere il proprio processo creativo. Quella che può sembrare un’ossessione è, per me, pura curiosità e amore per questo lavoro perché mi emoziona profondamente: c’è un’evoluzione continua nelle tecniche e negli strumenti, ed è un progresso costante che trovo estremamente stimolante.

FRANCESCO FIUMARELLA: Oggi il confine tra cinema, teatro e contenuti digitali è sempre più sottile: come lo attraversi senza perdere profondità artistica?

AL FENDERICO: Assolutamente sì, ma restano comunque medium differenti, e questo non significa che non possano coesistere. Proprio perché sono medium diversi, cinema e teatro rappresentano ancora oggi delle istituzioni e, a mio avviso, tali rimarranno per sempre. Il digitale, inteso come web e tutto ciò che lo riguarda, è invece espressione del progresso e credo che, per stare al passo con i tempi, vada abbracciato per ciò che è; altrimenti si rischia di non maturare. Allo stesso tempo, però, non bisogna mai perdere la profondità artistica, o meglio, l’autenticità, che per me resta l’aspetto più importante. Analizzando il rapporto tra digitale e la sua possibile integrazione con teatro e cinema, mi è capitato, anche per studio, di assistere a diversi spettacoli teatrali a Londra in cui veniva utilizzato un mix di tecnologie. Come esempi significativi ci sono The Tempest, messo in scena dalla Royal Shakespeare company, dove il digitale e la tecnologia sono stati impiegati sia per il suono per gli effetti visivi, creando spazi capaci di amplificare la forza della natura e utilizzando anche ologrammi per raffigurare uno dei personaggi. Allo stesso tempo, Back to the Future: The musical e Harry Potter and the Cursed child, entrambi in scena nel West End di Londra, fanno uso del digitale per diversi effetti visivi – dalla macchina nel primo caso alla magia nel secondo – e l’esperienza dal vivo risulta particolarmente impressionante. Non si tratta però solo di questi esempi: ho assistito a molti altri spettacoli che danno realmente la sensazione di trovarsi all’interno di un film, al punto da chiedersi se una cosa del genere sia davvero possibile. È vero che in questi contesti vengono fatti investimenti importanti e che si vive di questo, basti pensare agli stessi musical che restano in scena per decenni nello stesso teatro cambiando solo il cast ogni anno. Proprio per questo, attraversare questi linguaggi è possibile, ma a una condizione fondamentale: non perdere mai la propria autenticità.

FRANCESCO FIUMARELLA: Quali sono, secondo te, le urgenze narrative del cinema contemporaneo, soprattutto per le nuove generazioni?

AL FENDERICO: Credo che l’urgenza maggiore, oggi, sia soprattutto lo studio. Da tempo vediamo come basti prendere un cellulare per sentirsi legittimati a definirsi filmmaker o videomaker solo perché un video è diventato virale in un determinato momento. Per quanto sia giusto fare pratica, è ancora più importante studiare, perché è lo studio che fa davvero la differenza e che fornisce un linguaggio preciso. In questo mestiere ormai tutto sembra relativo, ma ciò che conta davvero è lo studio dei personaggi, di come vengono costruiti e di come si struttura il conflitto. A parole può sembrare semplice, ma nel momento in cui si passa ai fatti entra in gioco un’altra strategia, un’altra psicologia. Se pensiamo agli anni passati, prima dell’avvento dei social, tutti questi strumenti  non esistevano:  i filmmaker dell’epoca sperimentavano realmente e investivano sul serio, arrivando anche a ipotecare le proprie case. Allo stesso tempo, però studiavano profondamente, ed è anche per questo che sono nati capolavori che ancora oggi conosciamo.

FRANCESCO FIUMARELLA: C’è un autore o un movimento che senti particolarmente vicino al tuo modo di osservare il mondo?

AL FENDERICO: Io amo moltissimo Spielberg, dal quale ho imparato quanto siano essenziali la cura dei dettagli, l’empatia e lo studio profondo dei personaggi, elementi che vanno oltre la semplice messa in scena. Un esempio che sento particolarmente mio è Hook – Capitan Uncino, che è il mio film preferito in assoluto insieme a Hercules. In Hook la scena della cena con i bambini sperduti, Peter deve ritrovare la sua immaginazione e, di conseguenza, la serenità. In quel momento viene messo in evidenza il rapporto tra lui e il suo antagonista: entrambi sono adulti, ma uno continua a usare l’immaginazione, mentre l’altro – Peter – deve riscoprirla. È proprio nel lasciarsi andare che riesce a ritrovarla. Il dettaglio dell’inquadratura del cucchiaio vuoto che punta la faccia dell’altro protagonista della scena, e l’inquadratura della faccia piena di cibo è tutt’altro che scontato: è un gesto semplice, ma carico di significato, di gioco. Ed è per questo che credo che, alla fine, siano sempre i dettagli a fare la differenza.

FRANCESCO FIUMARELLA: “Show, Don’t Tell” è una regola fondamentale della narrazione visiva: perché hai sentito il bisogno di farne il titolo di un libro? si presenta come un vero e proprio manuale per aspiranti sceneggiatori, produttori e registi: qual è stata l’esigenza principale che ti ha spinto a scriverlo e quale vuoto formativo senti di voler colmare? Quanto del tuo percorso personale e delle tue esperienze internazionali è confluito nel libro?

AL FENDERICO: Esatto, “Show, Don’t tell” è la prima regola nella narrazione. Ho sentito il bisogno di chiamare il libro così perché riprende proprio questa regola fondamentale ed è importante ricordarsi il “why”, ovvero il perché raccontiamo storie. Lo storytelling è una materia molto complessa nel suo genere e non è mai semplice esprimersi, né tantomeno emozionarsi o emozionare; Tuttavia, quando si scava a fondo nella propria immaginazione e si creano connessioni tra emozioni, personaggi e le loro vite che s’intrecciano, nasce qualcosa di veramente speciale. L’importanza dello storytelling risiede nel modo in cui si mostrano i dettagli, perché sono proprio questi a fare la differenza. L’esigenza di scrivere il libro è nata dal fatto che, agli inizi di questo percorso artistico, non conoscevo bene l’ambiente e mi sono trovato a commettere gli errori tipici di chi è all’inizio. Tra questi, sicuramente, c’era una mancanza di studio strutturato nella scrittura, nella produzione e distribuzione, che poi ho colmato studiando in diverse accademie. Durante questo percorso ho sempre appunti, sia dalle mie esperienze personali dirette sia da quelle indirette, ascoltando e osservando molto, confrontandomi con altri colleghi, svolgendo consulenze, e facendo esperienza anche all’estero. Da tutto questo materiale è nato un piccolo libro: ho voluto trasformare quegli appunti in un manuale che spiegasse i vari aspetti nei minimi dettagli della scrittura, produzione e distribuzione, unendo studio ed esperienza. Il mio desiderio è aiutare chi si trova in quella fase iniziale, ma anche curiosi e appassionati del settore che cercano risposte a domande mai scontate. Ognuno ha un bagaglio culturale e un’esperienza unica, ma a volte la mancanza di strumenti o di idee chiare può portare a errori evitabili. Il manuale si propone quindi come una guida che parte dalla formazione e arriva all’esperienza. In fin dei conti, questo lavoro è un processo di collaborazione: senza collaborazione nessun progetto potrebbe esistere. Il libro al momento è disponibile su Amazon sia in versione italiana che inglese ed in alcune librerie.

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FRANCESCO FIUMARELLA: Qual è il messaggio centrale che speri resti al lettore una volta chiusa l’ultima pagina?

AL FENDERICO: L’umiltà di riconoscere che si ha sempre bisogno di imparare, di non avere pregiudizi, e di accettare che sbagliare fa parte del percorso. Agli errori c’è sempre rimedio: basta organizzarsi, ottimizzare e continuare a lavorare su se stessi. Ma, soprattutto, è fondamentale restare curiosi e migliorarsi ogni giorno. Mi viene da citare una delle mie serie preferite degli ultimi tempi, Ted Lasso, che dice: “Be curious, not judgmental” perché questo non è una competizione con altri colleghi, bensì un lavoro di squadra.

FRANCESCO FIUMARELLA: In un’epoca dominata dai social e dalla velocità dei contenuti, come si può ancora “mostrare” davvero senza cadere nella superficialità?

AL FENDERICO: Basta essere autentici. L’esempio calzante è dei fratelli Duffer con Stranger things: invece di utilizzare i trend del momento per costruire la loro storia, sono andati contro corrente, rileggendo il periodo degli anni Ottanta. Allo stesso tempo, la scelta di utilizzare bambini in un contesto sci-fi e, per certi aspetti, il period drama è stata a lungo considerata rischiosa o poco in linea con il mercato cinematografico dominante. Non sorprenderebbe, infatti, se oggi nascessero più serie di questo tipo. Inoltre, i Duffer sono stati lasciati liberi di sperimentare da Netflix, come hanno raccontato più volte nelle interviste, ed è vero che hanno avuto il budget necessario per avviare quella produzione. Il segreto è fare ciò che si ama nel modo in cui ci si immagina una scena: difatti all’immaginazione non c’è limite. Tuttavia, nel momento della produzione di un progetto, e a seconda del contesto, è necessario confrontarsi anche con lo stato produttivo delle cose e saper ottimizzare. Il ruolo di un produttore creativo è proprio questo: risolvere i problemi che si presentano e trovare soluzioni che permettano di portare a casa il risultato, indipendentemente dal budget. I social, però, al momento non favoriscono sempre la fruizione di questo tipo di contenuti, perché entrano in gioco i trend, che spesso spingono tutti ad adattarsi. Questo adattamento, se applicato a un progetto professionale, rischia di far perdere il senso di autenticità che si sta cercando e, di conseguenza, di indebolire l’impatto emotivo dell’opera.

FRANCESCO FIUMARELLA: Cosa ha rappresentato per te ricevere il Premio Vincenzo Crocitti International – Vince Award in questo momento della tua carriera?

AL FENDERICO: Un bellissimo ricordo, vissuto con grande gratitudine. È arrivato in un momento inaspettato mentre stavo ultimando un percorso di studi presso l’ultima accademia che ho frequentato dove studiavo regia, produzione e pedagogia, a Londra, in pieno periodo della pandemia. Proprio perché inatteso, è stato ancora più emozionante e ha assunto un valore che non è mai scontato. Essere stato scelto da te, Francesco, perché ritenuto meritevole mi ha dato un senso ancora più forte di responsabilità: nel fare del mio meglio per continuare a migliorarmi, ma soprattutto verso il settore che tanto amiamo e verso il pubblico, che osserva ogni nostro passo con attenzione. In questo, per me, si tratta soprattutto di rispetto.

FRANCESCO FIUMARELLA: Quanto è importante, soprattutto per un giovane artista, sentirsi riconosciuto non solo per il successo ma per il valore del percorso?

AL FENDERICO: Personalmente, il successo per me non coincide con il riconoscimento in senso lato del termine. Credo che il vero successo sia qualcosa di più profondo: riuscire a portare avanti il mio percorso artistico, o comunque trovare il modo di esprimermi in una forma  che mi rappresenti, indipendentemente dal fatto che sia commerciale o indipendente. Per me, questo è già un successo enorme. Questo perché mi permette di rimanere con i piedi per terra e di acquisire una maggiore consapevolezza delle mie capacità e potenzialità, sempre orientate a migliorarsi giorno dopo giorno attraverso la sperimentazione. Per questo motivo, il riconoscimento in sé, pur potendo essere importante a livello sociale, assume un valore profondo quando riguarda ciò che si rappresenta davvero, perché porta con sé un forte senso di responsabilità.

FRANCESCO FIUMARELLA: Il Premio porta il nome di Vincenzo Crocitti, figura simbolica di talento e autenticità: ti riconosci in questa eredità artistica?

AL FENDERICO: Bella domanda, me lo chiedo spesso. Non ho conosciuto Vincenzo Crocitti di persona, ma conosco il suo lavoro come tutti, e ha sempre trasmesso autenticità e sincerità. Non so se incarno questa eredità, ma cerco ogni giorno di essere un artista migliore di quanto lo fossi ieri, con responsabilità e rispetto per il percorso che compio. Credo molto nella collaborazione e nella gratitudine: senza questi valori, nessun obiettivo può essere davvero raggiunto.

FRANCESCO FIUMARELLA: Il Premio promuove la missione della Meritocrazia, fortemente voluta da Francesco Fiumarella, autore, direttore artistico e generale: cosa significa per te meritocrazia oggi nel mondo della cultura e dello spettacolo?

AL FENDERICO: Il percorso di ogni individuo ha un suo valore, perché ognuno ha affrontato sacrifici per arrivare al punto in cui si trova oggi, in termini di formazione ed esperienza lavorativa. Per me, la meritocrazia significa proprio questo: riconoscere il percorso che si compie e avere la capacità e consapevolezza di notare e valorizzare il talento.

FRANCESCO FIUMARELLA: Dopo le tue esperienze internazionali, pensi che l’Italia stia facendo abbastanza per valorizzare il merito creativo dei giovani?

AL FENDERICO: Negli ultimi tempi da quando sono tornato da Londra, ho visto emergere nuovi talenti, anche tra persone che conosco direttamente, che stanno riuscendo a ritagliarsi il proprio spazio. Questo mi rende molto felice e dimostra che qualcosa, lentamente, si sta muovendo. Allo stesso tempo, però, è vero che l’Italia debba deve ancora prendere esempio dall’estero sotto molti aspetti, se vuole competere a quei livelli.

FRANCESCO FIUMARELLA: Che responsabilità sentono di avere artisti, autori e creativi nel sostenere una cultura basata sul talento e non sulle scorciatoie?

AL FENDERICO: La nostra responsabilità è enorme e non va data per scontata. Il talento, senza formazione, non è nulla, e lo dico con cognizione di causa.Se si vuole intraprendere questo percorso, le scorciatoie non sono mai una soluzione, perché nel lungo periodo non funzionano: servono studio, gavetta e fiducia nel creative process. Ognuno di noi ha il proprio tempo e percorso; le occasioni arrivano, oppure, come creativi, possiamo anche imparare a crearle da soli, insieme agli altri.

FRANCESCO FIUMARELLA: Su cosa stai lavorando ora e quale direzione senti più urgente per il tuo futuro artistico?

AL FENDERICO: Al momento sto ultimando la scrittura di un romanzo e sono molto concentrato su questo nel dargli il giusto senso di profondità. Continuo a lavorare sulle storie che mi rappresentano con studio e dedizione.

FRANCESCO FIUMARELLA: Se dovessi dare un consiglio a un giovane autore che sogna un percorso internazionale, quale sarebbe?

AL FENDERICO: L’unico consiglio che posso dare a un autore è studiare e avere fiducia nei propri mezzi, sperimentando senza paura di sbagliare, perché dagli errori c’è sempre modo di trovare una soluzione. È importante ricordare che solo chi non prova fallisce davvero. Credo inoltre sia fondamentale essere gentili con se stessi quando le cose non vanno come previsto e mantenere lo stesso atteggiamento verso gli altri,  cercando di fare del bene ed essere propositivi.

FRANCESCO FIUMARELLA: In una frase: cosa vorresti che il pubblico “vedesse” davvero del tuo lavoro, senza che tu lo debba spiegare?

AL FENDERICO: In realtà, ciò che m’interessa veramente è lasciare al pubblico un unico pensiero: “Perché questo messaggio, perché proprio ora e, soprattutto, mi ci riconosco?”