A breve un mio progetto sperimentale, in campo musicale, che dimostrerà questa tesi.
Il cinema, da sempre specchio della società e laboratorio di immaginazione, si trova oggi davanti a una sfida epocale: l’avvento dell’intelligenza artificiale “IA”o AI che dir si voglia a secondo del contesto nazionale o meno, capace di creare immagini, testi, voci e persino performance attoriali senza bisogno di un corpo reale. Film come S1m0ne (2002) con Al Pacino avevano già anticipato questa distopia tecnologica, immaginando una diva digitale che sostituisce completamente gli attori in carne e ossa. Oggi, quella visione sembra meno fantascientifica e più prossima alla realtà.

Non si tratta più di un esercizio di stile o di fantascienza: le IA attuali hanno capacità che minacciano l’intera filiera cinematografica. Non ci saranno più solo attori e attrici da sostituire, ma anche registi, sceneggiatori, direttori della fotografia, costumisti, scenografi, montatori, tecnici del suono. Persino le maestranze che rendono possibile un set fisico rischiano di scomparire, sostituite da algoritmi che possono generare immagini, ambientazioni e dialoghi in pochi minuti.
Film come Her (2013) di Spike Jonze, con Joaquin Phoenix, esploravano già le implicazioni emotive della relazione tra uomo e intelligenza artificiale. Ma oggi la questione è più concreta: la tecnologia non è più solo un interlocutore virtuale con cui riflettere, ma un sostituto concreto di molte figure creative e professionali.

Il fenomeno non si limita al cinema: giornalisti, scrittori, copywriter, editori, critici, autori di contenuti online e persino chiunque produca testi professionali rischiano di essere sostituiti da IA in grado di scrivere articoli, libri, recensioni, comunicati stampa e post in pochi secondi. Anche musicisti, compositori, cantanti e autori di canzoni vedono la loro professione minacciata da software capaci di generare melodie, arrangiamenti e testi completi.
Se da un lato la novità viene vista da molti quasi come un gioco attraente giusto per smacchinarci su per divertirsi un po’, la questione diviene più delicata quando si parla di uso continuativo in ambito professionale perché molti addetti ai lavori, paradossalmente, vengono ormai incentivati a usare queste app. I corsi di formazione, in ogni ambito, che insegnano come usarla e come applicarla al proprio settore lavorativo sono ormai all’ordine del giorno. Ne è consigliato l’uso e se ne incentiva l’applicazione. Molti lavoratori senza neanche rendersene conto la utilizzano perché sta divenendo la normalità; è utile, veloce, sempre più accurata e di livello; perché rinunciarci? Non ci si rende conto che ciò che per loro è solo uno strumento forse anche utilissimo, per l’industria, l’imprenditoria e simili, sia pubblica sia privata, significa avviare il cambio generazionale con un’erosione lenta ma inesorabile dei posti di lavoro reali, ovvero passare dall’impiego delle persone all’impiego del virtuale, dell’artificiale.
Il problema si sta sottovalutando senza percepire la portata distruttiva, in campo lavorativo, a lungo termine.
Le app di generazione di immagini e audio, i software di sintesi vocale sono strumenti che sembrano innocui e vengono utilizzati per produrre contenuti senza alcuna supervisione professionale, spesso, specie all’inizio, con risultati discutibili anche se più passa il tempo più si auto perfezionano.
Non ci sarà spazio nemmeno per i “raccomandati”: l’IA livella tutto, senza distinzione tra talenti veri e privilegiati. L’unico lato positivo è che, paradossalmente, nessuno potrà più avanzare privilegi grazie a raccomandazioni o conoscenze personali; ma questo non è un vantaggio sufficiente a compensare la perdita di lavoro reale e di autenticità artistica.
Chi tutelerà l’arte e la cultura? Se oggi vediamo video sui social pieni di frasi fatte, citazioni superficiali e contenuti generati da algoritmi, domani rischiamo di avere intere produzioni senza anima, senza maestri e senza creatività. Il rischio è che l’industria diventi un grande laboratorio di set finti, di “attori virtuali” e contenuti generici, dove l’esperienza umana scompare.
In questo scenario, il settore cinematografico, musicale, letterario e creativo è di fronte a un bivio storico. È fondamentale riflettere e agire, prima che la cultura diventi un prodotto interamente sostituibile da algoritmi. La provocazione è evidente: gli stessi professionisti del settore, attori, musicisti, giornalisti, scrittori e artisti, dovrebbero cercare di proteggere il loro lavoro reale, valorizzando la creatività umana, invece di incentivare l’uso di queste tecnologie che potrebbero spazzarli via.
Il futuro del cinema, della musica, dell’informazione e dell’arte non può essere consegnato alle macchine senza una seria riflessione etica, normativa e professionale. Perché, come suggerivano S1m0ne e Her, la seduzione della tecnologia può diventare, se non governata, una trappola per l’autenticità e la sopravvivenza dei talenti reali.
È mia opinione spronare ad una riflessione generale per valutare tutti i pro e i contro dell’uso di IA affinché rimanga uno strumento al servizio degli umani e non viceversa.
Perché se per certi versi penso anche io che la tecnologia è utile specie quando migliora le condizioni di vita, sociali, lavorative, culturali ed esistenziali in senso lato dell’umanità, dall’altra parte non posso non osservarne le preoccupanti conseguenze che sembrano delinearsi specie per le future generazioni.
Per cercare di provare ciò che sostengo in questa lunga esamina, ho avviato un progetto, in campo musicale che uscirà in primavera; un esperimento che ha proprio la finalità di dimostrare quanto è allettante e facile demandare all’ AI ogni compito umano con risultati sorprendenti ed accattivanti che ne incitano l’uso con il rischio che quest’ultimo divenga forza maggiore ed inconsapevolmente quasi un abuso, quindi proprio per questo da tenere sotto controllo. Per il bene di tutti. Per il bene dell’Umana Creazione, l’unica che valga la pena difendere, tutelare, preservare.

